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Di nascite e dipartite

 Vi siete mai chiesti se i vostri genitori sono anche persone?

Vi siete mai fermati per un momento a osservarli e chiedervi “ ma tu, oltre a essere mamma/papa’ chi sei?”.

Diamo per scontato che quelle figure mitologiche che ci hanno lavato, vestito, educato, accudito, sgridato, confortato ( ??) siano Genitori e in quanto tali appariranno sempre cosi ai nostri occhi.

Prima di ricevere la Sacra Armatura d’Oro del Genitore erano donne, uomini, unicorni, con i loro sogni, dubbi, ansie, personalita’. Poi l’investitura a Cavalieri li ha trasformati in protettori dei Figli. E noi in quanto figli li abbiamo depredati delle loro peculiarita’.

A volte ho provato a chiedere chi fossero prima di me e prima di mio fratello, quali erano i sogni e le speranze di una giovane ragazza dai lunghi capelli neri come Cher e di un giovane uomo alto e fiero. Le risposte negli anni non sono mai cambiate, evasive, come se il pre appartenesse a un non-luogo di cui noi non dobbiamo conoscere l’esistenza, come a non sporcarla del nostro peccato di essere nati. La nostra nascita sembra aver sancito la morte di qualcosa e qualcuno, e forse e’ questo che inconsciamente sentiamo pesare sulle nostre spalle: la responsabilita’ di una scomparsa che ha sancito la nostra venuta al mondo.

Generare la vita provoca la dipartita di cio’ che eravamo prima? Perche’ non possiamo fare coesistere le due essenze? Siamo come la notte e il giorno? Moderni Ladyhawke e Navarre, che non possono mai incontrarsi ma non possono esistere l’una senza l’altro?

La letteratura e’ piena di storie in cui i genitori perdono la propria anima per permettere ai figli di far crescere la propria, i quali invece vogliono solo affrancarsi da quelle figure ingombranti e castranti, rincorrendosi in un inseguimento senza fine.

Quando passiamo la soglia e diventiamo Genitori dimentichiamo chi eravamo, cio’ che desideravamo, quello che volevamo, perche’? Perche’ il peso della responsabilita’ di una nuova vita e’ schiacciante, asfissiante, ti toglie il fiato e quando resti senza fiato un giorno cerchi nuovo ossigeno e vorresti scappare. Chi scappa in palestra, chi nei libri, chi nei propri pensieri, chi al campo di padel, chi a comprare il giornale, chi in un’altra casa, chi in un altro paese.

Una persona una volta mi ha detto che i figli non capirebbero cio’ che hanno passato i genitori nella loro vita parallela di Persone. Quanti si’ detti per sopportazione, perche’ sul piatto della bilancia un SI detto oggi porta piu’ benefici in famiglia a lungo termine. Mi chiedo pero’ perche’ non mostrare ai nostri figli chi siamo davvero? Perche’ non vogliamo mostrare le nostre debolezze e i nostri punti di forza? O perche’ invece vogliamo che almeno quella parte resti nostra, non contaminata da altre esistenze che benché nate da noi non saranno mai nostre?

 

 

 

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